La musica ai confini dell’universo: quando la realtà supera la fantasia

«Questo è un omaggio di un piccolo e lontano pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, ma potremmo farlo nei vostri.»

Si dice spesso che, grazie alla musica, si può viaggiare con la fantasia anche molto lontano. È altrettanto vero che quaranta anni fa è stata la stessa musica terrestre a cominciare un lunghissimo viaggio (reale!) su distanze interstellari.

In occasione del lancio delle sonde Voyager 1 e Voyager 2, avvenuto nel 1977, una commissione scientifica presieduta da Carl Sagan, astronomo, divulgatore e scienziato americano, decise di preparare un disco sul quale incidere immagini e suoni, con lo scopo di portare la cultura della Terra a un’ipotetica civiltà extraterrestre, come in una sorta di “biglietto da visita”.

Il supporto scelto è stato quello di un disco per grammofono, non in vinile, bensì in rame placcato in oro e uranio, di 30 cm di diametro. Per tale motivo, il disco è stato chiamato Voyager Golden Record.

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La superficie del Voyager Golden Record.

Sulla superficie è stato inciso un messaggio significativo: To the makers of music – all worlds, all times”.

Sagan e la sua commissione selezionarono diversi suoni naturali, come il canto degli uccelli e delle balene, il rumore delle onde contro gli scogli e del tuono, più i saluti di diversi abitanti della Terra in 55 lingue diverse. Seguono poi le registrazioni di circa 90 minuti di musica proveniente da tutti gli angoli del pianeta. Fra le tracce registrate, il Primo movimento del Concerto brandeburghese n. 2 in Fa maggiore di J.S. Bach, l’aria Der Hölle Rache dal Flauto magico di Mozart, i canti degli aborigeni australiani, i ritmi di tamburi dal Senegal, una canzone d’iniziazione delle donne Pigmee, la Danza sacrificale da Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij e Johnny B. Goode, cantata da Chuck Berry.

Forse il fatto che l’aria di Mozart parli di una donna (e che donna!) che invoca gli dei della vendetta e il Sacre di Stravinskij di un popolo che costringe un’adolescente a danzare fino alla morte per propiziare la benevolenza divina potrebbe scoraggiare qualsiasi forma di turismo interstellare!

Il team che ha seguito il progetto, in ogni caso, avrebbe voluto includere tra le tracce anche Here comes the sun, dei Beatles, ma non fu possibile perché la band non era in possesso del copyright del brano.

Le sonde Voyager incontreranno la stella più vicina al loro cammino non prima di 40.000 anni e difficilmente, prima di allora, la specie umana saprà se sono state intercettate e se il disco che illustra chi e che cosa siamo è stato decrittato e compreso. Tuttora in viaggio nello spazio profondo, il Voyager Golden Record è una vera e propria capsula del tempo, testimone dei tratti essenziali della civiltà umana, del suo luogo e del suo tempo d’origine; informazioni destinate a chiunque altro, lassù, coltiva il dubbio di non essere solo.

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Le istruzioni per la decodifica dei messaggi incisi sul disco.

Qui è possibile vedere l’elenco dettagliato delle tracce: https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/music/.

I diritti per le immagini utilizzate appartengono ai rispettivi ideatori e detentori di copyright.

 

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